Il Carnevale, origini e tradizioni
Il Carnevale comincia, secondo le zone, o il 6 gennaio, all'Epifania,
o il 17 gennaio alla festa di Sant'Antonio Abate, e dura fino alla mezzanotte
del martedì grasso nel rito romano e alla mezzanotte del sabato successivo
in quello ambrosiano. Sulla origine e sul significato della parola numerose
e contrastanti sono le ipotesi. Secondo l'interpretazione più corrente
deriverebbe dal latino medievale carni levamen che significa ''sollievo
per la carne'' e dunque libertà temporanea concessa agli istinti più
elementari. Vi è anche l'altra teoria, quella di carnes levare
, cioè ''togliere le carni'' o da carni, vale!, cioé
''carne addio!'' perché una volta in questo periodo si esaurivano l
utlime scorte di carni prima della primavera. La prima ipotesi è la
più esauriente poiché nell'immaginario medievale cristiano era
la carnalità a trionfare prima della Quaresima, periodo di penitenza
e purificazione come preparazione alla Pasqua. Il Carnevale comunque è
la reinterpretazione cristiana di una festa di passaggio da un anno all'altro,
che si ritrova in varie tradizioni orientali e occidentali, come i Saturnalia
romani.
In Italia si celebrano numerosi carnevali da quello altamente spettacolare
di Viareggio, a quello battagliero di Ivrea per finire con i misteriosi mamuthones
di Mamoiada.
Il Carnevale di Viareggio è senz'altro quello più spettacolare
d'Italia con il suo corso mascherato dove sfilano 16 carri di dimensioni veramente
ragguardevoli, ispirati ai fatti di cronaca e di politica italiana e internazionale,
secondo il tipico gusto carnascialesco di sbeffeggiare i potenti.
Quella che si svolge ad Ivrea la domenica prima del mercoledì
delle ceneri è senz'altro una manifestazione molto particolare. Al
mattino, dal Ponte Vecchio, il podestà scaglia nel fiume Dora una
pietra del Castellazzo, la cui distruzione nel medioevo segnò la fine
del dominio dei feudatari legati all'imperatore. Quella pietra è gettata
a spregio e monito per i tiranni antichi e futuri. Nel pomeriggio sfila il
corteo dove campeggia la bella mugnaia, figura leggendaria di popolana coraggiosa.
Si narra infatti che il feudatario Ranieri di Biandrate pretendesse di esercitare
lo jus primae noctis con Violetta, figlia di un mugnaio. La ragazza,
estratto un pugnale, lo colpì a morte dando il via alla rivolta della
popolazione che scese in piazza e si liberò degli odiosi oppressori.
Durante il corteo si scatena la famosa battaglia delle arance che
ricorda proprio quella rivolta. La battaglia vede impegnati gli equipaggi
dei carri e le squadre degli aranceri a piedi, costituite da centinaia di
tiratori che si gettano, gli uni contro gli altri, arance per centinaia di
quintali.
In Sardegna infine il Carnevale ha ancora caratteristiche particolari che
risalgono al medioevo. A Mamoiada, in Barbagia, ne sono protagonisti
i mamuthones e gli issicadores che fanno la prima comparsa il
17 gennaio, ma trionfano il martedì grasso quando, annunciati dal ritmico
frastuono dei campanacci, entrano con passo cadenzato nella piazza del Comune
dove fin dal primo pomeriggio si ballano le danze tradizionali. Il termine
mamuthones deriva da maimones ''demoni'' che a sua volte ha origine da Maimone,
il diavolo per eccellenza in Sardegna. I mamuthones sono degli essere degli
inferi che giungono sfilando, vestiti di pelli, carichi di campanacci, mascherati.
Costituiscono un esercito di vinti tenuti a bada da altri essere in giacca
rossa, gli issicadores, i quali hanno il compito, esaurita la fase drammatica
dell'ingresso nella piazza con i demoni, di inaugurare la fase festosa catturando
qualche spettatore con le loro funi.
Le maschere e la Commedia dell'Arte
Antichissima è la tradizione italiana che vuole la maschera e
il travestimento come uno dei riti che caratterizzano e governano il Carnevale.
Ogni regione, ogni città, ogni luogo d'Italia ha la propria immagine
fissata nel personaggio che la raffigura e la rappresenta. Possiamo individuare nel Rinascimento e nella Commedia dell'Arte il luogo
dove la maschera conquista gli onori del teatro e si fissa in alcuni tipi
che ancora oggi determinano i principali caratteri e personaggi del vario
e multiforme mondo delle maschere italiane. Lo Zanni , cioé
il servo, di origine bergamasca, cioè Brighella, servo
insolente e astuto, e Arlecchino, servo ora sciocco, ora furbo, eternamente
affamato, attaccabrighe e scansafatiche. Una delle varianti più originali
dello Zanni è senza dubbio il napoletano Pulcinella; iI Vecchio
, cioè Pantalone, mercante veneziano, tenace, brontolone, avaro, dalle
non sopite velleità amorose; il Dottore, Balanzone, bolognese,
giureconsulto o raramente medico, pedante e sentenzioso, amante della buona
tavola; gli Innamorati , che a differenza dei precedenti non portavano
la maschera: i nomi di questi personaggi variano da commedia a commedia,
nel Seicento si chiamano Cinzio, Fabrizio, Leandro, Lelio gli uomini, e Angelica,
Isabella, Lucinda le donne, mentre nel Settecento troviamo Florindo, Ottavio
e Rosaura. Dal punto di vista dell'azione scenica gli innamorati avevano
un ruolo insostituibile perché erano il perno attorno al quale si
muoveva e si diramava l'intreccio comico. Gli innamorati parlavano
d'amore e di nobili sentimenti nella raffinata lingua toscana e ripetevano
concetti che erano già presenti nella commedia letteraria. Il loro
abito non era rigorosamente definito dalle didascalie, ma doveva essere elegante
e all'ultima moda; la Servetta, e cioè Corallina, Colombina,
Smeraldina. Anche questo personaggio recitava senza maschera e si esprimeva
in lingua toscana, pur non disdegnando talvolta di dialogare in dialetto.
Il suo carattere era in genere pungente e malizioso, aveva modi sbrigativi
e risoluti, la lingua sciolta e la battuta pronta. Era un'inguaribile bugiarda
e usava la sua astuzia a servizio degli amori propri e di quelli della sua
padrona.
La conquistata professionalità portò i comici della Commedia
dell'arte a rivoluzionare i luoghi comuni del loro mestiere. Primo risultato
fu che ad ogni attore toccò una parte ben precisa, su cui era tenuto
a specializzarsi, affinando sempre più i contorni e le sfumature del
personaggio. Nacquero così le maschere della Commedia dell'Arte
, personaggi tipici con caratteristiche fisse. Tutto quello che poteva contribuire
a completare la fisionomia di una maschera: il trucco del volto, l'abito,
i suoi accessori, il modo di parlare, di gestire, i tic, il comportamento
sulla scena era considerato e sperimentato. Col tempo le maschere andarono
perfezionandosi sempre più: dai primi abbozzi iniziali, schematici
ed essenziali, si arricchirono a tal punto da diventare dei veri e propri
caratteri, perché definiti non solo esteriormente, ma anche nel modo
di pensare e di ragionare.
Alcune di loro, specchio di realtà transitorie e contingenti, nel giro
di pochi decenni scomparvero dalla scena; altre, come le seguenti, resistettero
e vivono ancora nella fantasia popolare perché impersonano aspetti
eterni ed immutabili dell'animo umano.
Arlecchino
È la maschera più nota della Commedia dell'Arte. Di probabile
origine francese, Herlequin o Hallequin era il personaggio del demone nella
tradizione delle favole francesi medievali, nel Cinque-Seicento divenne maschera
dei Comici dell'Arte, con il ruolo del secondo Zani il servo furbo
e sciocco, ladro, bugiardo e imbroglione, in perenne conflitto col padrone
e costantemente preoccupato di racimolare il denaro per placare il suo insaziabile
appetito. Col passare del tempo il carattere del personaggio andò
raffinandosi: l'aspro dialetto bergamasco lasciò il posto al più
dolce veneziano, l'originaria calzamaglia rattoppata divenne via via un abito
multicolore col caratteristico e ricercato motivo a losanghe, ingentilirono
gli originari lineamenti demonici della maschera nera, così come la
mimica e la gestualità. Nel corso del Settecento Arlecchino divenne
oggetto di svariate interpretazioni ad opera di diversi autori, fra cui Carlo
Goldoni, che rivestì il personaggio di un carattere sempre più
realistico.
Dottor Balanzone
Appartiene alla schiera dei vecchi della Commedia dell'Arte. Personaggio
serio, tende però alla presunzione. Il Dottore è solitamente
un uomo di legge o un medico, che si intende di tutto ed esprime opinioni
su ogni cosa. Caratterizzato da una certa verbosità, tende ad infarcire
di citazioni latine e ragionamenti rigorosi quanto strampalati i suoi discorsi,
che riguardano la filosofia, le scienze, la medicina, la legge. L'aspetto
è imponente, le guance rubizze. Indossa una piccola maschera che ricopre
soltanto le sopracciglia e il naso, appoggiandosi su un gran paio di baffi.
L'abito, piuttosto serio ed elegante, è completamente nero con colletto
e polsini bianchi, un gran cappello, una giubba e un mantello.
Brighella
L'origine di questa maschera è probabilmente bergamasca. Nella Commedia
dell'Arte Brighella ricopriva il ruolo di ''primo Zanni'', ovvero il servo
furbo, autore di intrighi architettati con sottile malizia, ai danni di Pantalone
o per favorire i giovani innamorati contrastati. Nel corso del Seicento e
del Settecento precisò i suoi caratteri in contrasto con quelli del
''secondo Zanni'' (ruolo del servo sciocco, spesso impersonato da Arlecchino)
e, soprattutto con Goldoni, divenne servo fedele e saggio, tutore a volte
di padroncini scapestrati, oppure albergatore avveduto o buon padre di famiglia.
Il costume di scena, che andò precisandosi nel corso del tempo, comprende
la maschera e una livrea bianca, costituita di un'ampia casacca ornata di
alamari verdi,con strisce dello stesso colore lungo le braccia e le gambe.
Capitan Matamoros
La figura del militare è presente fin dalle origini nella Commedia
dell'Arte, sia nel suo ruolo "serio" come Capitan Spaventa, sia nel suo ruolo
buffonesco, come nel caso di Matamoros. L'origine di questo ruolo del Capitano
risale al "Miles Gloriosus" di Plauto e ai numerosi soldati di ventura che
percorrevano il territorio italiano. Vile e vanaglorioso, Matamoros vanta
imprese coraggiose inesistenti, parlando in modo esagerato e roboante, per
nascondere la sua vera natura. Per questo viene spesso messo in ridicolo e
respinto dalle donne alle quali manifesta il suo amore. Il costume col quale
viene raffigurato è caratterizzato da colori sgargianti, barba e baffi
imponenti, un cappello enorme e carico di piume e una spada smisurata, che
penzola su un fianco, impacciando continuamente i movimenti dell'attore.
Capitan Spaventa
La storia e la fortuna del personaggio di Capitan Spaventa di Vall'Inferna
è indissolubilmente legata alla figura del suo creatore e interprete
Francesco Andreini (1548-1624). Andreini entrò nella Compagnia dei
Gelosi già sul finire del Cinquecento, sposò Isabella e con
lei recitò per diversi anni in Italia e in Francia riscuotendo ovunque
un grandissimo successo. Ci lasciò anche una raccolta di generici,
"Le bravure di Capitan Spaventa", contenente alcune scene dalle quali emerge
il carattere del suo personaggio. Di lui egli dice "io mi compiacqui di rappresentare
nelle commedie la parte del milite superbo, ambizioso e vantatore". In realtà
il personaggio da lui ideato è un uomo colto e raffinato, per nulla
vanaglorioso come Capitan Matamoros, ma piuttosto poeta e sognatore, che fatica
a mantenere la distinzione fra fantasia e realtà. Il suo aspetto è
composto ed elegante, così come nobili e curati sono i suoi abiti.
Solitamente indossa un vestito a strisce colorate, completato da un cappello
ad ampie tese adorno di piume. Completano l'abbigliamento lunghi baffi e
un grande naso, mentre la lunga spada, con la quale sa essere temerario, gli
pende smisurata su un fianco.
Colombina
E' di sicuro la più famosa fra le servette e forse anche una delle
maschere più antiche. Già dal 1530 abbiamo notizia di un personaggio
con questo nome nella Compagnia degli Intronati, una delle più importanti
fra quelle dei Comici dell'Arte. Solitamente Colombina viene caratterizzata
come una giovane arguta, dalla parola facile e maliziosa. Spesso non ricopre
un ruolo di protagonista nella commedia, ma, abile a risolvere con destrezza
le situazioni più intricate, ha una parte importante nell'economia
dello spettacolo. Colombina veste un semplice abito cittadino di colore chiaro,
con un grembiule colorato e una cuffietta portata di traverso sul capo.
Meo Patacca
La maschera di origine romana, fa la sua comparsa verso la fine del Seicento
in un poema di Giuseppe Berneri. Qui egli appare come un soldato, bravaccio
sempre pronto a battersi e a raccontare spacconate. Il suo nome deriva dalla
''patacca'', il soldo che costituiva la paga del soldato. Il suo costume è
costituito da calzoni stretti al ginocchio, una giacca di velluto strapazzata
e per cintura una sciarpa colorata nella quale è nascosto un pugnale.
I capelli sono raccolti in una retina dalla quale sporge un ciuffo caratteristico.
Dopo un periodo di declino della sua popolarità, dovuto alla censura
delle autorità nel corso del Settecento, Meo Patacca riacquistò
la sua popolarità nell'Ottocento, grazie a due attori che ne vestirono
i panni, Annibale Sansoni e Filippo Tacconi detto "il Gobbo", autore, oltre
che attore, di nuove trame, cariche di una pungente ironia e di una satira
mordace, che gli causò non pochi guai con il potere della Chiesa.
Meneghino
Meneghino è la maschera tipica di Milano. La probabile origine
del suo nome risale al nome dei servi utilizzati nelle ricorrenze domenicali,
chiamati ''Domenighini''. Il suo carattere è allegro ed estroverso.
Negli scenari non ricopre solitamente un ruolo fisso: spesso è servo,
altre volte padrone, oppure contadino sciocco o astuto mercante. Meneghino
precisa la sua fisionomia nel corso del Seicento, soprattutto nelle opere
letterarie di Carlo Maria Maggi, che gli diede il cognome di Pecenna, ''parrucchiere'',
per la sua abitudine di strigliare i nobili per i loro vizi. Nei primi decenni
dell'Ottocento Carlo Porta ne accentuò il carattere di censore dei
costumi del clero e dell'aristocrazia. Uomo bonario e amante della vita tranquilla,
Meneghino è caratterizzato da un forte senso morale, da una grande
dignità, da una buona dose di saggezza. Col tempo divenne l'emblema
del popolo milanese, che lo elesse a simbolo della propria tensione alla libertà,
nel corso della dominazione austriaca.
Pantalone
L'origine della maschera è sicuramente veneziana, come il dialetto
nel quale si esprime. Più incerta è la storia del suo nome:
alcuni vi ravvisano il termine''pianta leoni'' con cui venivano chiamati i
mercanti veneziani, i quali erano soliti ergere il vessillo raffigurante il
Leone ovunque si recassero per commerci; altri invece ritengono che il nome
derivi dai pantaloni indossati dal personaggio fin dai primi esordi nella
Commedia dell'Arte. Comunque sia il costume ci appare fin dalle prime apparizioni
caratterizzato da lunghi pantaloni attillati di colore nero, una giubba rossa,
una lunga zimarra nera, le pantofole ed una maschera dal lungo naso a becco.
Un corto spadino e la borsa - scarsela - contenente i denari completano
l'abbigliamento del personaggio. Il carattere è estremamente vitale
e sensuale, caricatura del mercante mediamente anziano, ancora attratto dalle
grazie delle giovani donne, spesso in conflitto con i giovani per procurarsene
i favori. Fu Goldoni a smorzare fortememte i contrasti di questo carattere,
facendone soprattutto un vecchio assennato e saggio, il cui buon senso modera
spesso gli entusiasmi dei giovani.
Pulcinella
Pulcinella è una delle maschere più note della tradizione
italiana meridionale. La sua origine risale al Seicento, essendo la sua presenza
documentata da diverse raffigurazioni dell'epoca. Alcuni tuttavia rintracciano
le sue origini nei personaggi delle ''fabulae atellanae'' come Macco e Dosseno,
di cui conserva alcuni caratteri esteriori e interiori, come la gobba e il
ventre sporgente, unite ad una certa malizia. L'abito di scena richiama quello
dello Zanni, con l'ampio camicione bianco serrato dalla cintura nera tenuta
bassa sopra i calzoni cadenti. La sua maschera è nera, glabra, con
gli occhi piccoli e il naso adunco, che dava alla voce degli attori una caratteristica
tonalità stridula e chioccia. Alcuni attori e burattinai utilizzavano
un particolare strumento detto ''sgherlo'' o ''pivetta'', per accentuare questa
caratteristica della voce. Alla voce e al naso a becco sembra essere legato
anche il nome pulcinella, da ''pulcino''. Il carattere del personaggio richiama
quello dello Zanni, pur essendo più complesso e articolato. Servo
sciocco e insensato, non manca spesso di arguzia e buon senso popolare. In
lui si mescolano un'intensa vitalità ed un'indole inquieta, triste
e sempre pronta a stupirsi delle cose del mondo.
Rugantino
Maschera romanesca del teatro dei burattini; il suo nome deriva da ''ruganza'',
arroganza. Ennesima variazione del Capitano, visto nella sua forma più
popolare, impersona il tipo del litigioso inconcludente sempre sopraffatto
dalle brighe che provoca.
Gli inizi della sua carriera lo vedono vestito come un gendarme, o capo
delle guardie del Bangello, sempre pronto ad arrestare qualche innocente
per dimostrare la propria forza.
Con il tempo smetterà l'abbigliamento militare e, vestiti panni civili,
smusserà il suo carattere negativo per assumere un carattere più
pigro e bonario che ne farà l'interprete di una Roma popolare ricca
di sentimenti di solidarietà e giustizia.
Vestito in foggia bizzarra indossa un gilè di colore rosso e un imponente
cappello di identico colore.
Sandrone
Simpatica e astuta maschera modenese appartenente alla categoria del contadino
grossolano e ignorante. Travagliato nell'animo per l'appartenenza sociale
cerca di sfuggirle cercando di apparire più istruito di quanto sia.
Si sforza di parlare italiano dando vita, però, ad un ''pastiche''
incomprensibile e senza senso.
Riconoscibile per il tipico costume composto da una grande giubba scura,
sotto la quale porta un gilet a pois e l'immancabile berretto da notte a righe
rosse e bianche.
Col tempo gli venne affiancata la moglie Pulonia (Apolonnia) e un
figliolo Sgurgheguel (Sgorghignello).
Stenterello
Stenterello, spirito mordace e arguto tipico dei toscani, è la maschera
fiorentina per antonomasia. Nasce nel Settecento al Teatro dei Fiorentini
a Napoli, per opera di Luigi Del Buono, ex orologiaio datosi all'opera istrionica,
che colpito dal successo di Pulcinella sul pubblico partenopeo, volle creare
un personaggio che incarnasse le caratteristiche di Firenze.
Diverse furono però le interpretazioni fatte negli anni, variando
il ruolo da marito ingannato a servo sciocco oppure a quello dell'intrigante.
Tartaglia
Maschera caratterizzata oltre che da una forte miopia da una inguaribile
e pertinace balbuzie, da cui il nome, è generalmente compresa, insieme
a Pantalone e il Dottore, nel gruppo dei vecchi apparendo in numerosi scenari
nella parte di uno degli Innamorati.
Si ritiene sia nata nel 1630 ad opera di un certo Beltrami di Verona. Vario
è il suo stato sociale da notaio a avvocato, da usciere a farmacista.
Carlo Gozzi, infine, ferma la sua figura in uomo di stato.
E ora.....tutti in cucina!
Giandujada
Ingredienti
300 gr farina
250 gr burro
250 gr zucchero
4 uova
200 gr nocciole pulite
1 bustina di lievito
50 gr gocce di cioccolato
un pò di latte
Procedimento
Lavorare bene zucchero e uova, aggiungere la farina e il burro sciolto a
bagno maria. Amalgamare ed aggiungere le nocciole Ð tritate non troppo fini-
unire il latte per ammorbidire l'impasto, il lievito e le gocce di cioccolato.
Cuocere in forno già caldo a 180° per 40 minuti circa.
Sfrappole
Ingredienti:
300 g di farina
50 g di zucchero
2 uova
100 g di burro
sale
1/2 bicchiere di vino bianco secco
olio per frittura
zucchero a velo vanigliato
Procedimento:
Sulla spianatoia disporre la farina a fontana, nel mezzo mettere le uova
intere, il burro ammorbidito, un pizzico di sale, lo zucchero e il vino bianco.
Lavorare bene l'impasto sino a renderlo consistente ma non troppo sodo. Farne
una palla e metterlo a riposare in luogo fresco, avvolto in un panno, per
circa un'ora. Tagliarlo in pezzi e col matterello stendere ogni pezzo in
sfoglie dello spessore di 2-3 millimetri, con la rotellina tagliarle a losanghe,
a nastri, con alcuni formare dei nodi senza stringere e gettarli, pochi alla
volta, nell'olio fumante. Appena dorati, adagiarli su carta paglia
per eliminare l'eccesso di grasso. Servirli cosparsi di zucchero a velo vanigliato.
Castagnole
Ingredienti:
400 g di farina
50 g di zucchero
2 uova
80 g di burro
1 cucchiaino da caffè di lievito vanigliato
1 limone grattugiato
zucchero a velo
sale
olio per frittura
Procedimento
In una terrina ammorbidire il burro, incorporare lo zucchero e poi le uova,
uno alla volta, mescolare e aggiungere la buccia grattugiata del limone,
un pizzico di sale e tanta farina quanto basta per ottenere un impasto morbido.
Aggiungere il lievito. Con un cucchiaio fare delle palline , grandi come
una noce, che si lasceranno cadere dentro l'olio bollente. Appena la pallina
assume il colore dorato toglierla e preparla per essere servita con lo zucchero
a velo.