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Una notte di primavera, lungo un argine, in campagna,
passava una bicicletta con il fanale acceso. Visto da lontano, quel punto
luminoso, poteva sembrare una grossa lucciola che pulsava e sobbalzava sul
sentiero appena definito, pieno di buche e ciottoli, circondato da erbe
alte, diverse l'una dall'altra, che scappavano appena la luce le sfiorava.
Al ciclista il frusciare dell'aria, i cigolii della bicicletta, i rumori
della notte, ricordavano una musica. Era il ronzare della dinamo contro il
copertone consumato e irregolare che legava, come un basso continuo, tutti
i suoni di quella bicicletta musicale: il pedale che a tempo sfregava
contro il carter, il parafango che vibrava ad ogni buca brontolando; a
volte anche il campanello, se si passava sopra un grosso sasso, suonava da
solo. Attorno a questa strana orchestra pedalante, ballavano innumerevoli
insetti, che sembravano non sentire la fatica, entrando e uscendo
continuamente nel fascio di luce del fanale, come danzatori in gara per
vincere un'indimenticabile notte di primavera e ricevere un bacio dalla
luna, che come tutti sanno, non ha mai baciato nessuno. Intanto, nella
corte addobbata a festa situata vicino a Bologna, quasi sotto a San Luca,
il chitarrista del trio si stava preoccupando e chiedeva al
contrabbassista se conosceva il motivo del ritardo del suonatore
d'organetto, visto che le sedie erano ormai piene di ballerini in attesa e
presto qualcuno sarebbe venuto a chiedere il perché non si dava inizio
alle danze. Il cane alla catena dietro a casa, abbaiando annunciò
l'arrivo della bicicletta con il suonatore d'organetto e la preoccupazione
si mutò in allegria. Presto la musica invase la corte e coppie affiatate
cominciarono a volteggiare festose su quella strana pista, dove d'estate
si stendeva il grano raccolto e ora si ballava il liscio. Da sotto un
tavolo, una bambina di nome Flora, al riparo della bianca tovaglia che
pendeva da un lato, osservava quei piedi che scivolavano leggeri al ritmo
della musica e poi frullando magicamente ad una velocità pazzesca,
sembravano vivere di vita propria. Fu quella sera che la graziosa bambina
notò un paio di bellissime scarpe nere; non vide neppure chi le calzava
tanto le piacevano, e si chiedeva come sarebbero state ai suoi piedi,
ovviamente scalzi giacché in campagna si portavano le scarpe solo in
inverno per risparmiare. Quelle scarpe da ballo entrarono nella fantasia
della bambina come un ricordo prezioso che portò a letto con sé quando
la festa finì. Scarpe nere con un po' di tacco e un cinturino vicino alla
caviglia, probabilmente niente di speciale, ma agli occhi di quella
bambina, parvero più splendenti della scarpetta di Cenerentola. Questo
non poteva saperlo il ciabattino che molto tempo prima le aveva costruite.
Anche se era famoso per realizzare delle buone scarpe, non si era reso
conto, quella volta, di avere creato qualcosa di magico, capace di
svegliare la fantasia di una bambina. Il negozio del ciabattino era sotto
un portico a Bologna, con la vetrinetta piccola. Quando espose le belle
calzature, molte ragazze si fermarono a guardarle, ammirate e sognanti, ma
nessuna di loro le comprò, ritenendole troppo costose per le proprie
tasche. Le magiche gemelle nere avevano qualcosa nella linea e nella
lucentezza della pelle che le rendevano particolari e uniche. Tutte le
scarpe da uomo della vetrina si mettevano in posa, si stiravano le
stringhe per farsi notare e se non riuscivano a sfiorarle, speravano, in
futuro, di poterle almeno pestare. Il fascino di quelle due scarpe nere
presto si diffuse e dal negozietto del ciabattino arrivò fino alla
passeggiata pomeridiana di via Indipendenza, dove questa comunità di
gemelli, che sono le scarpe, camminando, calpestando, strusciando, sotto
il grande portico, si passava la notizia. Delle belle scarpe da ballo si
favoleggiava da un calpestio all'altro, finché arrivò alle suole delle
scarpe dei giovani Filuzzi, che di notte correvano di festa in festa per
ballare il liscio. Filavano, in altri termini giravano, per danzare
ovunque fosse possibile, portando allegria nelle tante sale da ballo
bolognesi. I ballerini di Filuzzi si erano inventati uno stile che
utilizzava i passi strisciati dell'antica "Bassa Danza" e
calzavano delle scarpe eleganti e ben risuolate, indispensabili per
frullare energicamente sulla pista. A volte, quando questa non era
sufficientemente liscia come volevano, la cospargevano di talco, come se
fosse coperta di fiocchi di neve e in mezzo a quella bufera di polvere
bianca profumata, le scarpe dei Filuzzi seguivano il tempo della musica.
Quando questo nuovo modo di ballare s'impose, non si trovavano tante
ragazze capaci di tenere il passo, e così alcuni dei giovani Filuzzi, per
esibirsi e fare spettacolo, cominciarono a ballare da donna, oppure da
soli o con una sedia, tanta era la voglia e il piacere di seguire quella
musica che stregava i piedi. Il ciabattino, che apparteneva a questo
gruppo di ragazzi e ballava da donna con grande successo, non sapeva che
le sue scarpe, mentre danzavano, strisciando e sussurrando, esaltavano le
magnifiche gemelle nere esposte nella sua vetrina. Così accadeva che,
queste scarpe, mentre raccontavano, sempre più spesso si distraevano e
lasciavano andare i lacci che scioglievano i nodi e finivano
pericolosamente sotto i piedi dei ballerini, procurando scivoloni e cadute
imbarazzanti al povero ciabattino e agli altri danzatori. In un primo
momento, tutti credevano che ciò fosse causato dalla forza con cui si
frullava sulla pista verso la fine del ballo, ma quando accadeva che si
snodavano anche i lacci di chi restava seduto, il dubbio che qualcosa
d'insolito stesse succedendo si fece largo persino nelle menti più
razionali.
La favola delle mitiche gemelle nere, che svegliavano la fantasia, aveva
mandato in visibilio tutto il mondo delle scarpe, ed erano proprio le
calzature dei giovani ballerini di Filuzzi che facevano di tutto per
incontrare le belle scarpe chiamate "gemelle nere", con il mezzo
tacco più affascinante che si fosse visto da anni. Così, senza sapere
perché, il gruppo dei ragazzi si ritrovava sempre davanti alla bottega
del calzolaio, prima di partire per andare a ballare e di fronte a quella
vetrina, le scarpe dei Filuzzi si esibivano, mostravano alcuni passi di
danza scivolati, scherzavano, si pestavano, saltavano, con la segreta
speranza che le belle scarpe da ballo s'invaghissero di loro, ma le
gemelle nere, immobili sull'espositore non li degnavano di una suola. Ci
volle un'idea del calzolaio per togliere le belle scarpe da quella
vetrina. Come vi ho detto, il bravo artigiano ballava il liscio da donna,
perché a quei tempi non si poteva ballare con le ragazze che vivevano in
altri borghi, quartieri o addirittura strade, senza rischiare di prendere
delle bastonate dai ragazzi del posto. Anche per questo motivo i Filuzzi,
appassionati di liscio, ballavano tra loro, ma quella sera, per
divertirsi, il calzolaio pensò addirittura di vestirsi da donna e oltre
agli abiti femminili mise anche le belle scarpe nere, mandando in
visibilio gli amici burloni e le loro scarpe. |
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Finalmente le gemelle nere, che avevano tanto fatto parlare di sé,
passeggiavano per le strade di Bologna dirette ad una sala da ballo,
circondate dalle scarpe dei giovani Filuzzi che cercavano di nasconderle
alla vista dei passanti, che avrebbero potuto aggregarsi alla compagnia e
diventare potenziali rivali su una pista da ballo. Quando il trio,
chitarra, contrabbasso e organetto iniziò a suonare, il calzolaio entrò
in pista ballando con un amico barbiere, e tutti i lacci delle scarpe si
sciolsero, osservando i passi scivolati delle belle scarpe nere, per
restare poi senza fiato, quando cominciarono a girare velocemente sul
finire del brano. Fu guardando quell'esibizione che molte scarpe persero
la suola o i tacchi dall'emozione. Non furono pochi i bolognesi che quella
notte tornarono a casa scalzi, per colpa delle loro calzature che avevano
perso la testa, i lacci, e anche i chiodi per le magiche gemelle nere.
Dopo l'entusiasmante esibizione di ballo, la comunità delle scarpe non
parlava d'altro che del calzolaio vestito da donna con le magiche gemelle
nere ai piedi. Gli stivali, gli scarponi e persino i sandali abbandonarono
la clausura perché volevano conoscere e vedere le belle scarpe nere
ballare. La città sembrava impazzita e il calzolaio fu costretto a
danzare persino in teatro, per esaudire il desiderio di tutti gli
appassionati di ballo alla Filuzzi che si beavano di quella musica allegra
che sembrava creata per permettere alle belle scarpe nere di esibirsi in
passi eleganti e sublimi che terminavano sempre con la forza e la bellezza
del frullo, simbolo di divertimento genuino, oramai caratteristica del
modo bolognese di ballare. Dopo quella stagione di successo, delle belle
scarpe nere non si seppe più nulla; il calzolaio si sposò, ebbe figli e
figlie, e i vecchi amici non si trovarono più in gruppo come prima,
davanti alla bottega. Andavano ancora a ballare e si divertivano, ma come
succede sempre, il passare del tempo cambia le cose, così le belle scarpe
nere scomparvero con il loro momento di gloria. Non so con precisione
quanti anni passarono, ma Flora, la bambina che s'invaghì di loro in
quella corte di campagna in festa, era ormai una ragazza e non so neanche
perché si trovava a rovistare tra il passato di famiglia, se per
curiosità o per divertimento; sta di fatto che trovò in un baule, una
scatola da scarpe con scritto sopra a matita la parola "Filuzzi";
attirò la sua attenzione anche un lontano odore di talco. Quando l'aprì,
immaginate il suo stupore nel vedere le belle gemelle nere con il mezzo
tacco mozzafiato che lei sapeva magiche. Erano le scarpe della madre, che
aveva sposato il calzolaio e le aveva ricevute in regalo, quella notte di
primavera, per ballare con il marito sull'aia illuminata dalla luna. Le
scarpe ora avevano perso molto del loro primo fascino, ma custodivano
ancora una bellezza antica, che era un peccato nascondere. Così, la
ragazza se le mise e cominciò a ballare. La casa, per magia, e con
l'aiuto di un giradischi, si riempì di voci e musica. Il suono della
chitarra, del contrabbasso e di tanti altri strumenti l'accompagnarono e
io, l'organetto che vi ha raccontato questa storia, non sono stato da
meno, suonando ancora una volta la musica della Filuzzi bolognese. Non so
se avete mai visto le magiche scarpe nere o il viso della bambina che è
diventata ragazza, non importa. Tanto, l'ha vista Nildo, il mio suonatore
d'organetto e se l'è anche sposata Flora. Ma, in ogni modo, sono certo
che anche voi avrete notato il sorriso di chi balla o ha ballato alla
Filuzzi; non dimenticatelo perché è il sorriso della vostra gente, della
nostra e della vostra storia. Parola d'organetto bolognese. Le magiche
gemelle nere stanno frullando, ancora oggi, su qualche pista da ballo. Per
trovarle bisogna seguire la strada della musica e della fantasia, oppure i
passi dei ballerini alla Filuzzi che ancora le cercano, per davvero o per
scherzo.
| Leonildo Marcheselli
Leonildo Marcheselli "Nildo", nasce a
Longara di Calderara di Reno (Bologna) il 20 luglio 1912 da una
famiglia di braccianti agricoli.
Nessuno in famiglia ha una particolare
propensione musicale ma, durante l'adolescenza, si appassiona al
mandolino prima e successivamente, grazie ai maestri Ferri e Tonelli,
incontra l'organetto bolognese, raffinato strumento costruito dalla
famiglia Biagi, liutai di Bologna. E' la svolta della sua vita; impara la musica,
diventa esecutore e successivamente compositore ed insegnante di
musica.
La sua attività lo porta negli anni trenta alla R.A.I. (E.I.A.R.),
con il Quartetto dell'Allegria e con l'Orchestra Ramponi. Successivamente dopo la parentesi della guerra dove trova spazio
nell'orchestra militare, si impone con un trio formato da chitarra e
contrabbasso oltre al suo organetto, nelle sale da ballo della
provincia di Bologna. Negli anni '50 collabora ancora con la R.A.I.
ed inizia ad incidere dischi con la casa discografica DURIUM.
Leonildo Marcheselli viene considerato il Papà
della Filuzzi. La Filuzzi indica un modo preciso di ballare che è
nato e si è sviluppato nella periferia bolognese, elaborando una
propria tradizione di balli e musica, proprio come in una piccola
comunità etnica.
P.G.R., Fiocchi di Neve, Giulietta, Vispa Teresa,
Nuevo, Polka Brillante, Valzer del Cuore, sono alcuni titoli dei
brani composti da Marcheselli che hanno caratterizzato musicalmente
la Filuzzi.
Leonildo Marcheselli viene considerato, insieme
alla tradizione di Parma (I "Concerti" di strumenti a
fiato delle famiglie Cantoni, Pinazzi e Casanova), la tradizione violinistica di
Santa Vittoria di Gualtieri (Reggio Emilia) e la tradizione
romagnola legata al nome di Secondo Casadei, il punto di riferimento
per le "Origini" del liscio in Emilia e Romagna. |
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