La casa dell'orco
Fantasia senza controllo che ti afferra per il collo.
A cura di Gigi Monfredini

Buon compleanno nonno Nildo!
(15-07-2002)

Per i novant'anni di Leonildo Marcheselli

Nella palude, alla casa dell'Orco si balla alla Filuzzi
Con allegria, negli acquitrini tra divertimento e spruzzi

Porgiamo gli auguri a Leonildo e al suo organetto.
Un nonno che con la musica ha regalato gioia e diletto.

Questo numero speciale lo dedichiamo con rispetto
Ai suoi favolosi novant'anni con sincero affetto

Infanzie

C'è un'infanzia che si lega alle persone magicamente,
e un'infanzia che diventa numero, per contare, per immaginare,
per toccare la realtà: uno, sette, nove, cinquanta, novanta!

C'è l'infanzia dell'anima, che diventa viaggio…
Verso gli antenati del nord e i labirinti deserti del mediterraneo
L'anima della conoscenza e del castigo.

C'è un'infanzia che prega gli angeli,
custode delle antiche memorie dell'altro!

C'è un'infanzia che sogna l'amore,
innocentemente erotico, amore che si muove ascoltando e domandando.

… e c'è un'infanzia che racconta,
diventa fiaba e radice per altre infanzie…

(Paolo Marcheselli)

Buon compleanno nonno!
I tuoi nipoti, Mia, Andrea e tutta la tua famiglia!


Le Gemelle Nere

di Luigi Monfredini

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Una notte di primavera, lungo un argine, in campagna, passava una bicicletta con il fanale acceso. Visto da lontano, quel punto luminoso, poteva sembrare una grossa lucciola che pulsava e sobbalzava sul sentiero appena definito, pieno di buche e ciottoli, circondato da erbe alte, diverse l'una dall'altra, che scappavano appena la luce le sfiorava. Al ciclista il frusciare dell'aria, i cigolii della bicicletta, i rumori della notte, ricordavano una musica. Era il ronzare della dinamo contro il copertone consumato e irregolare che legava, come un basso continuo, tutti i suoni di quella bicicletta musicale: il pedale che a tempo sfregava contro il carter, il parafango che vibrava ad ogni buca brontolando; a volte anche il campanello, se si passava sopra un grosso sasso, suonava da solo. Attorno a questa strana orchestra pedalante, ballavano innumerevoli insetti, che sembravano non sentire la fatica, entrando e uscendo continuamente nel fascio di luce del fanale, come danzatori in gara per vincere un'indimenticabile notte di primavera e ricevere un bacio dalla luna, che come tutti sanno, non ha mai baciato nessuno. Intanto, nella corte addobbata a festa situata vicino a Bologna, quasi sotto a San Luca, il chitarrista del trio si stava preoccupando e chiedeva al contrabbassista se conosceva il motivo del ritardo del suonatore d'organetto, visto che le sedie erano ormai piene di ballerini in attesa e presto qualcuno sarebbe venuto a chiedere il perché non si dava inizio alle danze. Il cane alla catena dietro a casa, abbaiando annunciò l'arrivo della bicicletta con il suonatore d'organetto e la preoccupazione si mutò in allegria. Presto la musica invase la corte e coppie affiatate cominciarono a volteggiare festose su quella strana pista, dove d'estate si stendeva il grano raccolto e ora si ballava il liscio. Da sotto un tavolo, una bambina di nome Flora, al riparo della bianca tovaglia che pendeva da un lato, osservava quei piedi che scivolavano leggeri al ritmo della musica e poi frullando magicamente ad una velocità pazzesca, sembravano vivere di vita propria. Fu quella sera che la graziosa bambina notò un paio di bellissime scarpe nere; non vide neppure chi le calzava tanto le piacevano, e si chiedeva come sarebbero state ai suoi piedi, ovviamente scalzi giacché in campagna si portavano le scarpe solo in inverno per risparmiare. Quelle scarpe da ballo entrarono nella fantasia della bambina come un ricordo prezioso che portò a letto con sé quando la festa finì. Scarpe nere con un po' di tacco e un cinturino vicino alla caviglia, probabilmente niente di speciale, ma agli occhi di quella bambina, parvero più splendenti della scarpetta di Cenerentola. Questo non poteva saperlo il ciabattino che molto tempo prima le aveva costruite. Anche se era famoso per realizzare delle buone scarpe, non si era reso conto, quella volta, di avere creato qualcosa di magico, capace di svegliare la fantasia di una bambina. Il negozio del ciabattino era sotto un portico a Bologna, con la vetrinetta piccola. Quando espose le belle calzature, molte ragazze si fermarono a guardarle, ammirate e sognanti, ma nessuna di loro le comprò, ritenendole troppo costose per le proprie tasche. Le magiche gemelle nere avevano qualcosa nella linea e nella lucentezza della pelle che le rendevano particolari e uniche. Tutte le scarpe da uomo della vetrina si mettevano in posa, si stiravano le stringhe per farsi notare e se non riuscivano a sfiorarle, speravano, in futuro, di poterle almeno pestare. Il fascino di quelle due scarpe nere presto si diffuse e dal negozietto del ciabattino arrivò fino alla passeggiata pomeridiana di via Indipendenza, dove questa comunità di gemelli, che sono le scarpe, camminando, calpestando, strusciando, sotto il grande portico, si passava la notizia. Delle belle scarpe da ballo si favoleggiava da un calpestio all'altro, finché arrivò alle suole delle scarpe dei giovani Filuzzi, che di notte correvano di festa in festa per ballare il liscio. Filavano, in altri termini giravano, per danzare ovunque fosse possibile, portando allegria nelle tante sale da ballo bolognesi. I ballerini di Filuzzi si erano inventati uno stile che utilizzava i passi strisciati dell'antica "Bassa Danza" e calzavano delle scarpe eleganti e ben risuolate, indispensabili per frullare energicamente sulla pista. A volte, quando questa non era sufficientemente liscia come volevano, la cospargevano di talco, come se fosse coperta di fiocchi di neve e in mezzo a quella bufera di polvere bianca profumata, le scarpe dei Filuzzi seguivano il tempo della musica. Quando questo nuovo modo di ballare s'impose, non si trovavano tante ragazze capaci di tenere il passo, e così alcuni dei giovani Filuzzi, per esibirsi e fare spettacolo, cominciarono a ballare da donna, oppure da soli o con una sedia, tanta era la voglia e il piacere di seguire quella musica che stregava i piedi. Il ciabattino, che apparteneva a questo gruppo di ragazzi e ballava da donna con grande successo, non sapeva che le sue scarpe, mentre danzavano, strisciando e sussurrando, esaltavano le magnifiche gemelle nere esposte nella sua vetrina. Così accadeva che, queste scarpe, mentre raccontavano, sempre più spesso si distraevano e lasciavano andare i lacci che scioglievano i nodi e finivano pericolosamente sotto i piedi dei ballerini, procurando scivoloni e cadute imbarazzanti al povero ciabattino e agli altri danzatori. In un primo momento, tutti credevano che ciò fosse causato dalla forza con cui si frullava sulla pista verso la fine del ballo, ma quando accadeva che si snodavano anche i lacci di chi restava seduto, il dubbio che qualcosa d'insolito stesse succedendo si fece largo persino nelle menti più razionali.
La favola delle mitiche gemelle nere, che svegliavano la fantasia, aveva mandato in visibilio tutto il mondo delle scarpe, ed erano proprio le calzature dei giovani ballerini di Filuzzi che facevano di tutto per incontrare le belle scarpe chiamate "gemelle nere", con il mezzo tacco più affascinante che si fosse visto da anni. Così, senza sapere perché, il gruppo dei ragazzi si ritrovava sempre davanti alla bottega del calzolaio, prima di partire per andare a ballare e di fronte a quella vetrina, le scarpe dei Filuzzi si esibivano, mostravano alcuni passi di danza scivolati, scherzavano, si pestavano, saltavano, con la segreta speranza che le belle scarpe da ballo s'invaghissero di loro, ma le gemelle nere, immobili sull'espositore non li degnavano di una suola. Ci volle un'idea del calzolaio per togliere le belle scarpe da quella vetrina. Come vi ho detto, il bravo artigiano ballava il liscio da donna, perché a quei tempi non si poteva ballare con le ragazze che vivevano in altri borghi, quartieri o addirittura strade, senza rischiare di prendere delle bastonate dai ragazzi del posto. Anche per questo motivo i Filuzzi, appassionati di liscio, ballavano tra loro, ma quella sera, per divertirsi, il calzolaio pensò addirittura di vestirsi da donna e oltre agli abiti femminili mise anche le belle scarpe nere, mandando in visibilio gli amici burloni e le loro scarpe.

Finalmente le gemelle nere, che avevano tanto fatto parlare di sé, passeggiavano per le strade di Bologna dirette ad una sala da ballo, circondate dalle scarpe dei giovani Filuzzi che cercavano di nasconderle alla vista dei passanti, che avrebbero potuto aggregarsi alla compagnia e diventare potenziali rivali su una pista da ballo. Quando il trio, chitarra, contrabbasso e organetto iniziò a suonare, il calzolaio entrò in pista ballando con un amico barbiere, e tutti i lacci delle scarpe si sciolsero, osservando i passi scivolati delle belle scarpe nere, per restare poi senza fiato, quando cominciarono a girare velocemente sul finire del brano. Fu guardando quell'esibizione che molte scarpe persero la suola o i tacchi dall'emozione. Non furono pochi i bolognesi che quella notte tornarono a casa scalzi, per colpa delle loro calzature che avevano perso la testa, i lacci, e anche i chiodi per le magiche gemelle nere. Dopo l'entusiasmante esibizione di ballo, la comunità delle scarpe non parlava d'altro che del calzolaio vestito da donna con le magiche gemelle nere ai piedi. Gli stivali, gli scarponi e persino i sandali abbandonarono la clausura perché volevano conoscere e vedere le belle scarpe nere ballare. La città sembrava impazzita e il calzolaio fu costretto a danzare persino in teatro, per esaudire il desiderio di tutti gli appassionati di ballo alla Filuzzi che si beavano di quella musica allegra che sembrava creata per permettere alle belle scarpe nere di esibirsi in passi eleganti e sublimi che terminavano sempre con la forza e la bellezza del frullo, simbolo di divertimento genuino, oramai caratteristica del modo bolognese di ballare. Dopo quella stagione di successo, delle belle scarpe nere non si seppe più nulla; il calzolaio si sposò, ebbe figli e figlie, e i vecchi amici non si trovarono più in gruppo come prima, davanti alla bottega. Andavano ancora a ballare e si divertivano, ma come succede sempre, il passare del tempo cambia le cose, così le belle scarpe nere scomparvero con il loro momento di gloria. Non so con precisione quanti anni passarono, ma Flora, la bambina che s'invaghì di loro in quella corte di campagna in festa, era ormai una ragazza e non so neanche perché si trovava a rovistare tra il passato di famiglia, se per curiosità o per divertimento; sta di fatto che trovò in un baule, una scatola da scarpe con scritto sopra a matita la parola "Filuzzi"; attirò la sua attenzione anche un lontano odore di talco. Quando l'aprì, immaginate il suo stupore nel vedere le belle gemelle nere con il mezzo tacco mozzafiato che lei sapeva magiche. Erano le scarpe della madre, che aveva sposato il calzolaio e le aveva ricevute in regalo, quella notte di primavera, per ballare con il marito sull'aia illuminata dalla luna. Le scarpe ora avevano perso molto del loro primo fascino, ma custodivano ancora una bellezza antica, che era un peccato nascondere. Così, la ragazza se le mise e cominciò a ballare. La casa, per magia, e con l'aiuto di un giradischi, si riempì di voci e musica. Il suono della chitarra, del contrabbasso e di tanti altri strumenti l'accompagnarono e io, l'organetto che vi ha raccontato questa storia, non sono stato da meno, suonando ancora una volta la musica della Filuzzi bolognese. Non so se avete mai visto le magiche scarpe nere o il viso della bambina che è diventata ragazza, non importa. Tanto, l'ha vista Nildo, il mio suonatore d'organetto e se l'è anche sposata Flora. Ma, in ogni modo, sono certo che anche voi avrete notato il sorriso di chi balla o ha ballato alla Filuzzi; non dimenticatelo perché è il sorriso della vostra gente, della nostra e della vostra storia. Parola d'organetto bolognese. Le magiche gemelle nere stanno frullando, ancora oggi, su qualche pista da ballo. Per trovarle bisogna seguire la strada della musica e della fantasia, oppure i passi dei ballerini alla Filuzzi che ancora le cercano, per davvero o per scherzo.

Leonildo Marcheselli

Leonildo Marcheselli "Nildo", nasce a Longara di Calderara di Reno (Bologna) il 20 luglio 1912 da una famiglia di braccianti agricoli.

Nessuno in famiglia ha una particolare propensione musicale ma, durante l'adolescenza, si appassiona al mandolino prima e successivamente, grazie ai maestri Ferri e Tonelli, incontra l'organetto bolognese, raffinato strumento costruito dalla famiglia Biagi, liutai di Bologna. E' la svolta della sua vita; impara la musica, diventa esecutore e successivamente compositore ed insegnante di musica.

La sua attività lo porta negli anni trenta alla R.A.I. (E.I.A.R.), con il Quartetto dell'Allegria e con l'Orchestra Ramponi.  Successivamente dopo la parentesi della guerra dove trova spazio nell'orchestra militare, si impone con un trio formato da chitarra e contrabbasso oltre al suo organetto, nelle sale da ballo della provincia di Bologna. Negli anni '50 collabora ancora con la R.A.I. ed inizia ad incidere dischi con la casa discografica DURIUM.

Leonildo Marcheselli viene considerato il Papà della Filuzzi. La Filuzzi indica un modo preciso di ballare che è nato e si è sviluppato nella periferia bolognese, elaborando una propria tradizione di balli e musica, proprio come in una piccola comunità etnica.

P.G.R., Fiocchi di Neve, Giulietta, Vispa Teresa, Nuevo, Polka Brillante, Valzer del Cuore, sono alcuni titoli dei brani composti da Marcheselli che hanno caratterizzato musicalmente la Filuzzi.

Leonildo Marcheselli viene considerato, insieme alla tradizione di Parma (I "Concerti" di strumenti a fiato delle famiglie Cantoni, Pinazzi e Casanova), la tradizione violinistica di Santa Vittoria di Gualtieri (Reggio Emilia) e la tradizione romagnola legata al nome di Secondo Casadei, il punto di riferimento per le "Origini" del liscio in Emilia e Romagna.





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